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“Tutto il suo incubo e’ iniziato con lui”,
Donna Markham, mamma di Chelsey, suicida nel 2009 a 23 anni dopo essere stata violentata da Larry Nassar.

“Questa sentenza chiude i procedimenti giudiziari contro Nassar ma mi rendo conto che non pone fine alle sofferenze emotive e fisiche che ha causato alle vittime” : con queste parole, pronunciate dal giudice Janice Cunningham il 5 febbraio 2018, si chiude la drammatica vicenda giudiziaria di Larry Nassar, condannato a 175 anni di reclusione, per aver violentato e molestato oltre 260 atlete americane.
Nassar, medico della Federazione Americana di Ginnastica Artistica, non uscirà mai dal carcere. La sua vicenda scuote e scardina il mondo sportivo non solo statunitense, mettendo in evidenza una fitta rete di connivenze e omertà, di coperture, silenzi e colpe.

Gli abusi nel mondo dello Sport sono una realtà di fronte alla quale le istituzioni sportive in numerose circostanze hanno girato il capo dall’altra parte, minimizzando e ignorando un fenomeno radicato, difficile da estirpare a causa di anni di inerzia. 

Le Procure, i Tribunali e le Corti Federali sono a volte asserviti agli organismi politici di vertice e, talvolta, tendono a piegarsi a interessi di parte, lontani da una giustizia reale e tangibile.
I tanti casi e alcuni pronunciamenti sembrerebbero accreditare la percezione di un’azione discrezionale e arbitraria.

Il silenzio inghiotte le vittime di abusi e molestie sessuali. Bambini, bambine, ragazzi e ragazze restano prigionieri dei loro segreti intrappolati in una morsa di minacce e ricatti. 

In America, lo scandalo di Larry Nassar e la rete criminale che e’ stata costruita attorno a lui hanno portato alla nascita di SafeSport, un organismo indipendente sottratto al potere politico per giudicare i pedofili, i sex offender e i depravati che si muovono come lupi nelle palestre e sui campi di gara, in un oratorio come in club blasonati e prestigiosi.

“Non si può lottare con la lobby delle Federazioni”, Enrico Cataldi riguardo alle sue dimissioni dalla carica di Procuratore generale del CONI. (Corriere della Sera)

In Italia, le cronache giudiziarie restituiscono un quadro inquietante: coach, tecnici e istruttori vengono condannati dalla giustizia ordinaria all’insaputa delle Federazioni Sportive che hanno rinunciato a pretendere dai collaboratori sportivi i certificati penali e dei carichi pendenti. 

Le vittime tacciono in una realtà che le perseguita, in un mondo freddo e distante che rifiuta ogni responsabilità. Ragazze giovanissime scelgono il silenzio: l’alternativa sarebbe quella di denunciare. 

Ma spesso prevale il timore delle vittime che una denuncia possa portare alla fine della loro carriera agonistica per l’ostracismo delle Federazioni che non riconoscono la questione degli abusi. 

L’inosservanza di regole etiche, la labilità delle sanzioni, una non completa adeguatezza da parte di chi deve giudicare, una certa mancanza di totale indipendenza e autonomia dai vertici federali all’interno dell’universo sportivo sono le ragioni alla base di una forte degenerazione del problema che invece di restringersi si allarga a macchia d’olio.

La Procura Generale del CONI ha contato – dal 2016 al 2018 – 44 casi spalmati sulle varie discipline. Ma – a distanza di due anni – i casi accertati sono cresciuti in maniera esponenziale. I radiati della Federazione Italiana Sport Equestri sono passati da tre a cinque grazie al lavoro del Cavallo Rosa al fianco delle vittime e delle loro famiglie. 

L’Associazione e’ protagonista di una battaglia culturale e di linguaggi che ha in parte cambiato il clima, squarciando un velo sulla verità. Eppure, il rischio di insabbiamenti e omissioni resta forte nelle Federazioni che – il più delle volte – sembrano gestire lo sport come un affare di famiglia dove tutto accade nel segreto di quattro mura.

“Una recente indagine (2016) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indica come in Italia ci sia un indice di abusi e maltrattamenti del 9,5 per mille, pari a circa 70/80.000 casi all’anno.
In Europa, secondo il quotidiano La Repubblica (2016), circa diciotto milioni di bambini sono vittime di abusi sessuali. 
Tali fonti affermano che il fenomeno della violenza sessuale ai danni dei minori è spesso casalingo o circoscritto all’ambito delle relazioni di fiducia. Quest’ultime comprendono le figure con cui il minore si relaziona fuori dalle mura domestiche, quali, ad esempio, l’insegnante, il sacerdote, l’allenatore. 
Proprio rispetto al campo sportivo, in particolare al gioco del calcio, una ricerca citata da La Repubblica (2016) riporta un’indagine condotta nel Regno Unito, in base a cui su 248 squadre analizzate (dalla Premier League ai dilettanti) si contano 1016 denunce all’autorità giudiziaria e 562 vittime di atti pedofilici con un’età compresa tra i quattro ed i vent’anni (97% maschi). 
Considerato il fenomeno del “numero oscuro”, per cui su 100 reati soltanto 35 sono denunciati (Pigeon, 2010), è possibile che i dati presentati costituiscano la punta di un iceberg di una realtà per lo più sommersa”. Paolo Giulini, criminologo.

Su 100 reati a sfondo sessuale, solo 35 vengono denunciati nella società civile come nello Sport, a conferma di un fenomeno ancora sommerso e occulto. 

Interessi economici, politici, propagandistici sottendono a tutte queste vicende che ne nascondono altre: comportamenti abusanti camuffati da pseudo relazioni sentimentali e per questo sanzionati dalla giustizia ordinaria, ricatti di natura agonistica, circostanze di grave prevaricazione psichica e fisica rendono il fenomeno degli abusi imponente quanto quello del doping. 

L’abuso del ruolo e lo sconfinamento di limiti etici e morali e’ stato favorito da anni di totale quiescenza e impunità.
Era lecito farlo, era legittimo tollerarlo in un contesto dove ‘tutti sapevano tutto’ ma dove il denunciante era livellato al denunciato, in genere un criminale, pedofilo o depravato.

“Quando ti occupi di pedofilia ti imbatti in questi fatti reali, atroci, quotidiani. Destino è che – finita l’immediatezza del brivido creato dai mass media – tutto cade sotto la polvere dell’indifferenza. Me ne occupo da decine d’anni, eppure il dolore, il mettermi al posto della vittima, il pensare il suo corpo violato, sentirne il dolore e la vergogna dello sporco che ti resta addosso, oppure l’incantesimo difensivo che alle volte fa percepire il mostro come un principe azzurro o come una splendida sirena, ancora mi turba e sono grata a questo sentire che preserva la mia indignazione umana dall’assuefazione a cui socialmente si sta tendendo”. (Rompere il silenzio, La voce dei bambini)

Di fronte a scandali come quello di Caserta, seguito dal caso di Como – entrambi con il coinvolgimento di una quindicina di minori – di fronte a orrori quasi legalizzati, una volta spenti i riflettori puntati dai media, tutto appare proseguire come prima. In sostanza, nulla sembra scuotere il mondo sportivo e i suoi vertici.

Di fronte alla vergogna che e’ sotto gli occhi di tutti, non restiamo a guardare. E’ iniziato un cammino difficile. Siamo partiti soli. A distanza di un anno, siamo meno isolati e lavoriamo a un cartello per uno sport che metta i giovani al centro e che si opponga a una intollerabile deriva e a un pericoloso deragliamento.

Abbiamo bussato a molte porte, tante sono rimaste serrate, qualcuna si è spalancata. Ma oggi abbiamo una maggiore consapevolezza e qualche amico in più. Una scintilla. Sicuramente un inizio.

Daniela Simonetti
Presidente del Cavallo Rosa